Per il giovane parigino René Corona, il dialetto veneto – nella particolare variante agordina-bellunese – rappresenta un’autentica lingua straniera, rozza e poco comprensibile, nella quale si trova improvvisamente immerso, quando con la famiglia lascia la Francia, per andare ad abitare nel luogo di origine dei suoi genitori. Come lo stesso poeta ci confida, l’impatto non è stato indolore, perché «la lingua imposta era una specie di dialetto [che] conteneva in sé tutto il negativo di un idioma barbaro». Ma era la lingua di quel paesino ai piedi delle grandi montagne (Agordo), ed è stato necessario impararla, un po’ per necessità, un po’ per gioco: tradurre in dialetto le canzoni di Battisti, iniziare a scrivere in dialetto qualche poesia. Il tempo scorre, il giovane parigino lascia le montagne ma non la poesia, e il gioco diventa creazione artistica nella lingua natìa (il francese) e in quella straniera (l’italiano). Poi a poco a poco è riapparsa anche la terza lingua, la parlata agordina, il dialetto è esondato «dal letto della memoria». Così è nata La Brentana. Si tratta di trentotto poesie, tutte scritte in dialetto veneto-agordino; la traduzione italiana è dello stesso Corona.







