Per il giovane parigino René Corona, il dialetto veneto – nella particolare variante agordina-bellunese – rappresenta un’autentica lingua straniera, rozza e poco comprensibile, nella quale si trova improvvisamente immerso, quando con la famiglia lascia la Francia, per andare ad abitare nel luogo di origine dei suoi genitori. Come lo stesso poeta ci confida, l’impatto non è stato indolore, perché «la lingua imposta era una specie di dialetto [che] conteneva in sé tutto il negativo di un idioma barbaro». Ma era la lingua di quel paesino ai piedi delle grandi montagne (Agordo), ed è stato necessario impararla, un po’ per necessità, un po’ per gioco: tradurre in dialetto le canzoni di Battisti, iniziare a scrivere in dialetto qualche poesia. Il tempo scorre, il giovane parigino lascia le montagne ma non la poesia, e il gioco diventa creazione artistica nella lingua natìa (il francese) e in quella straniera (l’italiano). Poi a poco a poco è riapparsa anche la terza lingua, la parlata agordina, il dialetto è esondato «dal letto della memoria». Così è nata La Brentana. Si tratta di trentotto poesie, tutte scritte in dialetto veneto-agordino; la traduzione italiana è dello stesso Corona.
René Corona (Parigi, 1952) è stato docente di Lingua e Traduzione Francese presso l’Università di Messina. Ha pubblicato saggi in italiano e francese sulla storia della lingua, la canzone, la traduzione e la poetica. Ha tradotto diversi poeti italiani, tra cui Gozzano, Caproni, Cattafi, Ripellino, Magrelli; poeti francesi tra cui Paul de Roux, Kadhim Jihad Hassan, Yves Leclair, ha pubblicato la prima traduzione francese de L’amaro miele di Gesualdo Bufalino, e le prime traduzioni in italiano di Henri Calet e di Alexandre Vialatte. In italiano, ha diversi libri di poesia, tra cui I bucaneve dell’altrove (Premio “Rhegium Julii” per la poesia 2024) e Ma per fortuna che Offenbach c’è ovvero il penultimo della classe (Premio Internazionale “Marineo” 2025).
——————–
la riva la riva
la brentana
ke la porta via tuti quanti
grandi e picioi
femene e omi
bruti e bei
tarnaẑoi
tananai
mone e moneghe
ociu ke la riva
senza vardà nessun
dò per le piaẑe i troi le kanesèle
i porteghi i pra dela pita ke ponde
e kando ke lae passada
nol resta pi nia
se se fa marevea de esser ancora vif
e ne dol tant el kor
per la dent ke no le pi
per la snegaẑada kaon ciapà
per tuta la roba persa
e per tut sto pacek sora de noi
arriva arriva / la piena / che porta via tutti quanti / grandi e piccini / donne e uomini / brutti e belli / scemi e stupidi // sciocchi e monache // attenti che sta arrivando / senza guardare in faccia nessuno / giù per le piazze i sentieri le viuzze / i portici i prati della gallina che fa l’uovo / e quando è passata / non rimane più nulla // ci si meraviglia di essere ancora vivi / soltanto una gran pena al cuore / per la gente che non ce l’ha fatta / per esser stati infradiciati / per tutte le cose perdute / e per tutto quel fango sopra di noi








